{"id":5346,"date":"2020-12-28T06:06:00","date_gmt":"2020-12-28T05:06:00","guid":{"rendered":"https:\/\/sgsolutionsrl.it\/la-liberta-online-nel-mondo\/"},"modified":"2020-12-28T06:06:00","modified_gmt":"2020-12-28T05:06:00","slug":"la-liberta-online-nel-mondo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/falatech.it\/en\/la-liberta-online-nel-mondo\/","title":{"rendered":"La libert\u00e0 online nel mondo"},"content":{"rendered":"<div>Internet non &amp;egrave; il paradiso della libert&amp;agrave; di espressione, almeno non dappertutto. Secondo le analisi di Surfshark, azienda specializzata nella privacy digitale, negli ultimi 5 anni almeno un terzo dei governi mondiali ha messo in campo pratiche volte a censurare il contenuto dei social network o a limitarne l&#8217;accesso. I migliori dei peggiori. A contendersi il primato dei continenti pi&amp;ugrave; illiberali sono Asia e Africa, dove l&#8217;accesso ai social &amp;egrave; soggetto a limitazioni e controlli pi&amp;ugrave; o meno restrittivi quasi ovunque. Nella maggior parte dei casi l&#8217;accesso alle piattaforme di condivisione e ai sistemi di messaggistica come Whatsapp o Telegram, pur essendo perennemente ristretto, subisce ulteriori blocchi e censure nei periodi caldi della politica, per esempio durante le elezioni, le crisi di governo o le tensioni militari. Silenzio elettorale. Parlando di singoli Paesi, a Cuba, &amp;egrave; bloccato l&#8217;accesso ai social dal 30 novembre scorso, da quando cio&amp;egrave; un gruppo di manifestanti &amp;egrave; sceso in piazza per rivendicare i diritti degli artisti. Non &amp;egrave; andata meglio in Tanzania, dove lo scorso 27 ottobre, in occasione delle elezioni, le autorit&amp;agrave; hanno bloccato per diversi giorni l&#8217;accesso ai social network e alle piattaforme di comunicazione online. Nemmeno l&#8217;Europa &amp;egrave; del tutto immune dalla censura digitale: nel 2016 il Montenegro, durante la tornata elettorale, ha completamente bloccato l&#8217;accesso a Whatsapp e Viber. A questo si aggiungono le limitazioni imposte pi&amp;ugrave; volte negli ultimi anni da Russia, Ucraina e Bielorussa, che in tempi diversi hanno limitato o completamente bloccato l&#8217;accesso ai social media, spesso in occasione di elezioni o di scontri politici e manifestazioni contro i governi. Social alla cantonese. Un discorso a parte lo merita la Cina, che ha completamente bloccato ai suoi cittadini l&#8217;accesso ai social media occidentali e li ha sostituiti con un proprio ecosistema composto da piattaforme &#8220;made in China&#8221;: gli instant messaging WeChat e QQ, Weibo (un micro-Twitter), RenRen (sosia di Facebook di scarso successo) e Qzone (un MySpace alternativo). Equilibrio precario. I social media sono comunque un terreno delicato: sebbene possano dare un contributo determinante all&#8217;affermazione della libert&amp;agrave; di opinione e dei diritti civili, negli ultimi anni si sono dimostrati anche una delle armi predilette da chi vuole manipolare l&#8217;opinione pubblica o le intenzioni di voto. &amp;laquo;Il futuro della libert&amp;agrave; online&amp;raquo;, spiegano gli esperti di Freedom House, organizzazione non profit per la tutela delle libert&amp;agrave; e dei diritti civili, &amp;laquo;passer&amp;agrave; dalla capacit&amp;agrave; di governi e aziende nel risolvere questo conflitto che ha caratterizzato la storia recente delle piattaforme social.&amp;raquo;.<\/div>","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Internet non &amp;egrave; il paradiso della libert&amp;agrave; di espressione, almeno non dappertutto. 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